Turnberry, 27 luglio: un accordo che ha il peso della contingenza
Ci sono compromessi che lasciano il segno, e questo ne è un esempio lampante. L’intesa siglata a Turnberry tra il presidente USA Donald Trump e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha evitato una guerra commerciale dalle proporzioni devastanti. Ma lo ha fatto a caro prezzo, soprattutto per comparti industriali strategici come il farmaceutico.
Il cuore dell’accordo è un tetto del 15% alle tariffe doganali su una vasta gamma di beni europei destinati al mercato statunitense. Una misura che colpisce circa 380 miliardi di euro di esportazioni, ovvero il 70% dell’intero export UE verso gli USA, stimato in 530 miliardi di euro nel 2024. Fino a oggi, i farmaci erano esenti da dazi. Ma questa esenzione scade tra pochi giorni: dal 1° agosto, anche gran parte del comparto farmaceutico sarà coinvolta.
Farmaci generici (forse) salvi. Il resto, nel limbo
C’è una sola vera zona grigia nell’accordo: quella delle esenzioni per alcuni prodotti definiti “strategici”, tra cui dovrebbero rientrare anche alcuni farmaci generici. Insieme a componenti aerospaziali, semiconduttori e materie prime critiche, queste categorie dovrebbero godere di un trattamento preferenziale. Ma al momento – a pochi giorni dall’entrata in vigore – manca ancora una lista ufficiale delle molecole escluse. La dichiarazione definitiva americana è attesa entro il 1° agosto.
A complicare il quadro c’è l’indagine ancora aperta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, che potrebbe autorizzare in futuro ulteriori misure restrittive su base unilaterale. Lo stesso Trump ha ribadito che gli USA intendono “tenersi le mani libere”, alimentando un clima di sospensione più che di stabilità.
Il caso italiano: dieci miliardi sotto pressione
L’Italia è tra i Paesi che rischiano di pagare il conto più salato. Il comparto farmaceutico nazionale ha visto una forte espansione dell’export verso gli Stati Uniti. Secondo stime in linea con la crescita del settore negli ultimi dieci anni, le esportazioni italiane di farmaci verso gli USA avrebbero superato quest’anno i 10 miliardi di euro annui.
A fronte di un dazio del 15%, sommato a un deprezzamento del dollaro del 13% dall’inizio del secondo mandato Trump, la perdita di competitività per i prodotti europei – farmaci inclusi – potrebbe superare il 30%.
Un compromesso che divide
Nel valutare l’accordo, le opinioni sono polarizzate. Ursula von der Leyen ha parlato di una scelta “necessaria per la stabilità e la prevedibilità”. Ma dal fronte europeo non mancano le voci critiche. Marina Sereni, responsabile Sanità del PD, ha definito l’intesa una “resa”, sottolineando la mancanza di reciprocità: mentre l’UE si impegna ad acquistare gas, petrolio e armamenti statunitensi per centinaia di miliardi di dollari, i dazi sulle merci americane restano a zero.
Più dura la posizione del primo ministro francese François Bayrou, che ha parlato di un “giorno triste” per un’Europa che “ha scelto di sottomettersi”. Anche sul fronte tecnico, si segnala come la Gran Bretagna abbia negoziato un’aliquota doganale del 10%, più favorevole rispetto al tetto UE del 15%.
Un gioco aperto. E pericoloso
Nel merito, l’accordo prevede un investimento europeo negli USA per 600 miliardi di dollari e un impegno all’acquisto di 750 miliardi di commodities energetiche (petrolio, gas, nucleare) entro il 2028. Quest’ultima voce non costituisce un obbligo formale per gli Stati membri, ma una “proiezione compatibile” con il fabbisogno energetico europeo, secondo un portavoce della Commissione.
Per il settore farmaceutico europeo, il rischio è quello di ritrovarsi spremuto tra dazi crescenti e incentivi alla rilocalizzazione americana. Trump non ha escluso interventi ad hoc per favorire la produzione interna di farmaci. In parallelo, l’indagine Section 232 resta il vero detonatore potenziale.
E ora?
Il governo italiano si è detto pronto a intervenire. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato misure di sostegno al Made in Italy, senza però fornire dettagli concreti. Ma il problema è europeo, sistemico e strategico: una risposta nazionale, da sola, non potrà arginare l’onda lunga della nuova stagione protezionista.
Un equilibrio instabile, da tenere d’occhio
Nel suo complesso, l’accordo di Turnberry rappresenta un compromesso fragile. Ha evitato un’escalation immediata, ma non ha risolto le tensioni di fondo. Il settore farmaceutico si trova a operare in un ambiente incerto, con margini ridotti e costi in aumento.
Le prossime settimane saranno cruciali: tutto dipenderà dalla lista delle esenzioni e dall’esito dell’indagine Section 232. Ma una cosa è certa: la neutralità è finita.
È tempo, per le aziende europee, di ripensare le proprie strategie globali, rinegoziare le filiere, ridefinire le priorità. Non è solo una questione di dazi. È una nuova fase geopolitica, e la farmaceutica – ancora una volta – ne è uno dei campi di battaglia.
Non basta più tenere il tempo: ora bisogna riscriverlo. È il momento di agire.
