Questo articolo data 4 agosto 2025, il giorno in cui è stata annunciata l’occupazione di Gaza. Quel giorno, noi di MakingLife abbiamo scelto di fermarci, di sospendere le nostre attività consuete per denunciare. Riproponiamo ora, a distanza di quasi due mesi e al quasi definitivo raggiungimento dell’obiettivo di Netanyahu di radere al suolo la Striscia, la nostra riflessione.

MakingLife è nata per raccontare l’innovazione nel mondo delle scienze della vita.

Ma che cosa succede quando la vita di un intero popolo è sistematicamente annientata? E quando, al giorno 668 di un conflitto che ha raso al suolo l’intera Striscia di Gaza, arriva la dichiarazione ufficiale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «Occuperemo la Striscia di Gaza. La decisione è stata presa»?

Succede che anche chi racconta le scienze della vita deve fermarsi. Deve sospendere la consueta narrazione. E scegliere di assumersi la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte. Di unirsi alla denuncia di chi non può rimanere muto davanti a un genocidio, divenendone, altrimenti, in qualche misura complice.

Netanyahu giustifica l’occupazione con la necessità di sconfiggere Hamas e liberare ostaggi ridotti alla fame, mostrati in “video orribili” come “scheletri viventi”. Ma la fame è un’arma deliberata, usata attraverso restrizioni agli aiuti umanitari, inclusi farmaci essenziali, che violano il diritto internazionale.

Il Ministero della Salute di Gaza riporta 60.138 morti, di cui circa il 50% donne e bambini, e oltre 146.000 feriti.

L’incursione del ministro Itamar Ben Gvir sulla Spianata delle Moschee, definita dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) una “linea rossa superata”, acuisce le tensioni, ostacolando ogni possibilità di tregua umanitaria.

Quando è genocidio?

L’articolo II della Convenzione ONU sul Genocidio (1948) definisce il genocidio come “atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), accogliendo il ricorso del Sudafrica, ha riconosciuto la “plausibilità” di atti genocidari a gennaio 2024, ordinando misure per prevenirli e, il 24 maggio 2024, la cessazione dell’offensiva su Rafah. La campagna militare è però proseguita, aggravando la crisi.

Nuove evidenze rafforzano le accuse:

  • Michael Fakhri, relatore ONU sul diritto al cibo, denuncia una “campagna intenzionale di carestia” come crimine contro l’umanità e genocidio.
  • Il 28 luglio 2025, B’Tselem, storica ONG israeliana, ha accusato Israele di genocidio, documentando un intento sistematico di distruggere la popolazione palestinese.
  • Amnesty International e Human Rights Watch chiedono un’indagine formale.
  • Luis Moreno Ocampo, ex procuratore della Corte Penale Internazionale, sostiene che ci sono elementi per procedere.

Contesto geopolitico

Al giorno 668, il conflitto israelo-palestinese è a un punto critico. L’annuncio di Netanyahu di occupare Gaza, giustificato dalla necessità di liberare 50 ostaggi detenuti da Hamas, è visto da critici interni come una mossa politica per rafforzare la sua leadership.

Hamas, che ha avviato il conflitto il 7 ottobre 2023 con un attacco che ha ucciso 1.200 persone e preso 251 ostaggi, rifiuta di liberarli senza una resa totale.

Nel frattempo, l’incursione di Ben Gvir sulla Spianata delle Moschee il 3 agosto 2025, accompagnata da 1.251-3.500 coloni che hanno pregato in violazione dello status quo con la Giordania, ha provocato condanne internazionali. L’ANP ha definito l’azione una “palese provocazione ai sentimenti dei musulmani”, chiedendo interventi urgenti. La Giordania e l’Arabia Saudita hanno denunciato una “escalation inaccettabile”, mentre la polizia israeliana ha arrestato tre guardie della moschea di Al-Aqsa.

La comunità internazionale è divisa:

  • ONU e tribunali: L’ICJ e la Corte Penale Internazionale (ICC) indagano su crimini di guerra e genocidio, con mandati di arresto per Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant. L’UNRWA, cruciale per gli aiuti, è ostacolata da leggi israeliane e tagli di fondi, specie dagli USA.
  • Occidente: Gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele – con il presidente Trump che ha dato oggi al primo ministro Benjamin Netanyahu il via libera per lanciare l’operazione militare contro Hamas – mentre paesi come la Slovenia impongono embarghi sulle armi. L’Italia, per voce del ministro degli Esteri Antonio Tajani, considera “velleitario” riconoscere lo Stato palestinese ora, pur sostenendone la costruzione.
  • Sud globale: Sudafrica, Colombia, Namibia e Malaysia guidano le richieste di sanzioni e indagini giudiziarie.
  • Dissenso interno: Ex funzionari della sicurezza israeliana chiedono la fine della guerra, denunciando motivazioni politiche, mentre accademici e ONG come B’Tselem accusano il governo di genocidio.

La catastrofe sanitaria e umanitaria

La crisi sanitaria a Gaza è un grido d’allarme.

Il sistema sanitario è distrutto: gli attacchi a ospedali e cliniche hanno reso l’84% delle strutture non operative, con carenze di farmaci, elettricità e carburante. Neonati muoiono senza incubatrici, e i feriti sono operati senza anestesia. Oltre 1,5 milioni di casi di malattie infettive, tra cui colera e infezioni respiratorie, dilagano per acqua contaminata e sovraffollamento. La fame, usata come arma, ha causato almeno 60 morti per malnutrizione, con bambini e donne tra le principali vittime. Le restrizioni agli aiuti umanitari, denunciate come “genocidarie” da Michael Fakhri, bloccano farmaci e alimenti terapeutici, aggravando la crisi.

Il trauma psicologico è devastante: l’80% dei bambini soffre di disturbi post-traumatici, con sintomi come ansia, incubi e mutismo. Senza accesso a cure psicologiche, intere generazioni sono segnate.

L’escalation, segnata dall’incursione di Ben Gvir e dall’annunciata occupazione di Gaza, rende impossibili corridoi umanitari, lasciando la popolazione senza speranza di sollievo.

Un monito per l’Italia e il mondo

L’Italia tace. Mentre Tajani parla di costruire uno Stato palestinese, contratti di fornitura bellica con Israele, denunciati da fonti giornalistiche, sollevano interrogativi sulla nostra complicità. La comunità internazionale, nonostante le condanne di Giordania e Arabia Saudita, fatica a fermare l’escalation. Il nostro silenzio rischia di renderci complici di un crimine che si consuma sotto i nostri occhi.

Un dovere di denuncia

I dati clinici, le testimonianze e i rapporti umanitari sono prove inconfutabili. La salute di un popolo è sotto attacco, e chi opera nel settore delle scienze della vita non può ignorarlo.

Gaza non è solo una crisi umanitaria: è un banco di prova per la nostra umanità.

La parola “genocidio” attende il verdetto dei tribunali, ma i corpi, le malattie e le infanzie spezzate parlano ora.

Per i lettori di MakingPharma Pulse, questo è un appello: non lasciamo che il battito della vita si spenga.