C’è un battito, oggi, che attraversa la filiera farmaceutica globale. È un battito irregolare, ma potente. Viene da Pechino, rimbalza su Washington, mette sotto pressione Bruxelles. Il pharma è entrato in una nuova fase geopolitica: più competitiva, più instabile, più strategica.
Un tempo la Cina era la fabbrica mondiale del generico. Oggi è una potenza biotech. L’America risponde con i dazi. L’Europa, nel mezzo, rischia di essere tagliata fuori. Questo approfondimento è dedicato a chi vuole leggere i segnali prima che diventino scosse.
La Cina cambia il passo
Nel 2024 la Cina ha inserito 1.258 nuovi farmaci nella pipeline globale, superando i 1.120 dell’Unione Europea e avvicinandosi ai 1.440 degli Stati Uniti (RenewablesRadar). Dieci anni fa era lontana, oggi è in corsia di sorpasso. Non è un caso. È il risultato di scelte precise: riforme regolatorie, investimenti pubblici massicci, rientro dei cervelli, una macchina approvativa che ha imparato a correre.
Nel 2015 aveva solo 160 composti in sviluppo. Oggi, secondo Daniel Chancellor, VP Thought Leadership di Norstella, è sulla traiettoria per guidare il biotech globale entro il 2030. E la qualità è ormai riconosciuta anche in Occidente: FDA ed EMA cominciano a certificare l’innovazione made in China, concedendo designazioni prioritarie, fast track, breakthrough therapy.
Non è solo una questione di pipeline. È una questione di percezione. Legend Biotech ha sviluppato una CAR-T per il mieloma multiplo oggi commercializzata da J&J. Akeso Inc. ha pubblicato dati superiori al Keytruda di Merck. Pfizer ha firmato un accordo da 1,2 miliardi di dollari con 3SBio. Se le big pharma americane investono in Cina, non è solo opportunismo. È fiducia.
Rapidità, popolazione, efficienza
Il vantaggio competitivo della Cina non è solo industriale. È clinico. Arruolamenti in 6-9 mesi per gli studi oncologici, contro i 12-18 mesi degli Stati Uniti. Costi ridotti fino al 50%. Una rete ospedaliera integrata, una popolazione di 1,4 miliardi di persone. È un sistema che accelera. E accelera bene.
Certo, FDA e EMA chiedono ancora conferme. I dati cinesi devono essere replicati in trial globali per ottenere l’approvazione internazionale. Ma intanto Pechino continua a innovare. E a farlo in casa. Più in fretta, più a buon mercato.
La guerra dei dazi si fa farmaceutica
Il 2025 ha segnato una nuova escalation. Il 4 febbraio gli Stati Uniti hanno imposto un dazio del 10% su tutte le importazioni cinesi. Motivo? Pratiche commerciali scorrette e il fentanyl, diventato argomento geopolitico. Ad aprile, le tariffe sono arrivate a un picco del 145%. Dopo l’accordo di Ginevra, sono state riportate al 30%, per ora (Reuters).
Pechino ha reagito con dazi fino al 125%, poi ridotti al 10%. È una danza pericolosa. E non è solo una guerra commerciale. È una battaglia per il controllo delle supply chain farmaceutiche. Gli Stati Uniti dipendono ancora per il 40% degli API dalla Cina. E il messaggio è chiaro: meno dipendenza, più sovranità.
Nel frattempo, Pechino limita l’export di terre rare, cruciali per i dispositivi medici e le tecnologie digitali. E in America si moltiplicano le voci per “biotech independence“. Tra queste, anche quella di Robert F. Kennedy Jr., che promette di “accelerare la biotecnologia americana” come risposta strategica alla minaccia cinese.
L’Europa nella terra di nessuno
E l’Europa? Forte ma vulnerabile. Nel 2024 ha registrato 313,4 miliardi di euro di export farmaceutico (+13,5%, Eurostat). Gli Stati Uniti assorbono il 38,2% di queste esportazioni. L’Italia, con 53,8 miliardi di euro di export (su 56,1 miliardi di produzione), è il secondo hub continentale, dopo la Germania (Farmindustria).
Ma le minacce sono due. Da un lato, i dazi di Trump, dall’altro, la Cina che ha aumentato del 25% le esportazioni verso l’UE, portandole a 45 miliardi di euro nel 2024. Farmaci buoni. Prezzi bassi. Competizione reale.
In più, c’è la lentezza regolatoria. La EMA ha approvato solo 12 farmaci cinesi nel 2024. La FDA, nello stesso periodo, ne ha autorizzati 38. È prudenza o ritardo strategico? In entrambi i casi, l’Europa rischia di restare indietro.
Che cosa deve fare l’Europa
Tre mosse. Tutte urgenti.
- Investire in innovazione: i 7 miliardi stanziati da Horizon Europe non bastano. Servono visione e flessibilità.
- Diversificare le supply chain: oggi il 60% degli API usati in Europa viene da Paesi extra-UE (EFPIA). È una dipendenza strutturale.
- Riformare il sistema regolatorio: la European Health Union è un primo passo, ma resta sulla carta. Serve una macchina approvativa più rapida, più coordinata, più competitiva.
Un battito che diventa segnale
Il battito geopolitico che scuote il pharma non è solo rumore di fondo. È il suono di un cambiamento strutturale. La Cina corre. Gli Stati Uniti reagiscono. L’Europa non può restare immobile.
Siamo in un momento di rottura. Di frattura. Ma anche di possibilità. Per chi sa ascoltare, capire e agire.
È tempo di scegliere
