Si chiama ageism e indica stereotipi, pregiudizi e discriminazioni – rivolti anche contro se stessi – fondati sull’età. Il termine fu coniato nel 1969 dallo psichiatra americano Robert N. Butler, preoccupato dell’impatto che “stereotipi o discriminazioni sistematiche nei confronti di persone anziane” avrebbero potuto avere sulla società. Il progressivo invecchiamento della popolazione mondiale sta ora rendendo più concreti i timori di Butler tanto da indurre molte istituzioni internazionali ad occuparsi del problema. Le Nazioni unite stimano che vi siano oltre 700 milioni di over 65 nel mondo con un probabile raddoppio nei prossimi trent’anni fino a superare quota 1,5 miliardi nel 2050.

Un trend che preoccupa, soprattutto in relazione al lungo elenco di violazioni commesse nei confronti degli anziani in tutte le aree del mondo: discriminazione sul lavoro, esclusione dagli ambienti sociali, restrizioni della libertà e dell’indipendenza, mancanza di accesso all’apprendimento e allo sviluppo delle proprie capacità (elemento particolarmente preoccupante nell’era della digitalizzazione) fino agli abusi fisici, psicologici e finanziari. Vere e proprie violazioni dei diritti umani, secondo l’Oms, che nel suo Global report on ageism sottolinea come questi fenomeni si accompagnino a una vita più breve – e di minore qualità – e a una peggiore salute fisica e mentale.

Una meta analisi su oltre 400 studi svolti in 45 Paesi diversi ha rilevato che nel 96% delle ricerche l’ageismo è risultato collegato a “esiti peggiori in tutti i settori della salute esaminati”. Le conseguenze più gravi si registrano quando il pregiudizio è diretto contro se stessi. In uno studio di sei anni in Cina, i ricercatori hanno riscontrato che le persone anziane inclini a questo tipo di atteggiamento avevano una probabilità di morte del 20% superiore a quelle con una percezione di sé più positiva. Questa associazione funziona anche in direzione opposta: negli Stati Uniti gli anziani che usavano stereotipi positivi sull’età avevano il 44% di probabilità in più di riprendersi completamente da una grave disabilità rispetto a quelli con una visione negativa.

La discriminazione contro gli anziani, inoltre, contribuisce alla povertà e all’insicurezza finanziaria in età avanzata e può limitare la qualità e la quantità di assistenza sanitaria agli anziani.

ageism Global report OMS
Il Global report on ageism dell’OMS delinea un quadro d’azione per ridurre l’ageism, comprese raccomandazioni specifiche per diversi stakeholder; riunisce le migliori prove disponibili sulla natura e l’entità dell’ageism, sui suoi determinanti e sul suo impatto; delinea quali strategie funzionano per prevenire e contrastare l’ageism, identificando le lacune e proponendo linee di ricerca future per migliorare la nostra comprensione dell’ageism.

Ageism nei sistemi healthcare

Alcune ricerche confermano la presenza di ageism anche nei centri di assistenza a lungo termine.

Uno studio in Canada ha rilevato l’utilizzo di un linguaggio dispotico e modelli di comunicazione infantili e paternalistici da parte degli operatori sanitari mentre in Israele sono state riportate diagnosi mediche inaccurate, una persistente trascuratezza delle necessità degli anziani e tentativi di risparmiare a loro spese. In Australia diverse indagini e revisioni hanno rivelato forme discriminanti nel tipo di servizi resi disponibili, nel linguaggio usato, e nelle congetture sulle preferenze e capacità dei pazienti in età avanzata.

I pregiudizi possono influenzare anche la raccolta di informazioni da parte dei sanitari. Da una ricerca nel Regno Unito è emerso che gli psichiatri raccolgono molto più frequentemente l’anamnesi sessuale degli uomini di mezza età rispetto a quelli più anziani, il che può avere ripercussioni sulla diagnosi e il trattamento precoce di malattie sessualmente trasmissibili (STD). In Cina, il 16% di tutti i casi di malattie sessualmente trasmissibili negli uomini e il 10% nelle donne si verificano in persone oltre i 50 anni (nel 2016 gli over 65 rappresentavano il 10% di tutti i nuovi casi). In Botswana, il Paese con la seconda prevalenza di HIV al mondo, la percentuale di contagiati negli uomini anziani è aumentata nel periodo 2004-13 dal 17 al 28% (dal 16% al 22% nelle donne).

Il costo economico

Il prezzo che si paga per la discriminazione non si misura solo in termini di salute. Uno studio della Yale School of Public Health (Ageism Amplifies Cost and Prevalence of Health Conditions) ha calcolato che, negli Usa, l’ageism costa ogni anno 63 miliardi di dollari ed è responsabile di 17 milioni di casi in più tra le patologie più costose tra gli over 60.

In particolare, la discriminazione legata all’età grava sui costi sanitari per 11,1 miliardi di dollari, gli stereotipi negativi per 28,5 miliardi e l’autopercezione negativa dell’invecchiamento altri 33,7 miliardi.

La cattiva percezione di sé, ad esempio, causa 2,5 milioni di casi aggiuntivi di disordini muscolo-scheletrici, 1,4 milioni di NCD (malattie non trasmissibili) e quasi altrettanti di malattie cardiovascolari.    

Il costo di quella che Becca Levy – docente di Salute pubblica e psicologia allo Yale Institute for Global Health e principale autrice dello studio – ha definito “l’epidemia di ageismo” equivale a uno dei sette dollari spesi annualmente per ogni americano sopra i 60 anni per le otto condizioni di salute più costose (come le malattie cardiovascolari, i disturbi mentali e le malattie respiratorie croniche).

Orgoglio e pregiudizio

Molte considerazioni sull’età potrebbero essere considerate di buon senso, ad esempio in campo lavorativo. Sembra verosimile che con il passare degli anni una persona perda energia fisica, rapidità, capacità di adattamento e di apprendimento. Il che aiuta a spiegare perché secondo un sondaggio commissionato dal Financial Services Compensation Scheme e UBS, poco meno della metà degli ultracinquantenni ha subito discriminazioni.

L’Office for National Statistics conferma che, una volta perso il lavoro, i più anziani fanno più fatica a rientrare e hanno una probabilità due volte e mezzo superiore di essere licenziati durante le ristrutturazioni aziendali.

Ma non necessariamente ciò che appare di buon senso lo è.

Una ricerca dell’Harvard business review, rivela che “contrariamente alla credenza popolare, le persone più anziane e con più esperienza sono imprenditori di maggior successo”. Sebbene sia corretto pensare che la potenza mentale grezza diminuisca dopo i 30 anni, la conoscenza e l’esperienza – “i principali predittori delle prestazioni lavorative” – continuano ad aumentare anche oltre gli 80 anni.

Secondo questi ricercatori, vi sono “ampie prove per supporre che tratti caratteriali come grinta e curiosità siano catalizzatori per l’acquisizione di nuove abilità, anche durante la tarda età”. Il valore dell’esperienza viene confermato anche da alcuni riscontri statistici. Chi ha più di 40 anni, ad esempio, ha tre volte più probabilità di creare aziende di successo “grazie alla natura paziente e collaborativa e al fatto che non sente più il bisogno – tipico dell’età giovanile – di dimostrare il proprio valore”. Il contributo delle fasce più mature è significativo anche in forma di attività non retribuite: è stato stimato che negli Usa il gruppo di età sopra i 50 anni fornisca 745 miliardi di dollari in azioni di volontariato e assistenza.

Ma anche dal punto di vista del flusso finanziario l’apporto all’economia non è affatto trascurabile: secondo una ricerca dell’Aarp (American association of retired persons) gli ultracinquantenni immettono nel sistema 142 miliardi di dollari di spese nel settore viaggi e 1.200 miliardi nel settore del tempo libero (senza contare 97 miliardi di dollari di donazioni in beneficenza).

Campagna contro l’aigism dell’OMS

Il ruolo degli operatori sanitari

I pregiudizi nei confronti degli anziani possono essere così radicati da rendere difficile distinguerne la presenza anche nella pratica clinica. Quando entra a far parte delle procedure quotidiane, l’ageismo può influenzare le decisioni degli operatori anche in aree nevralgiche come lo screening, i test diagnostici e il trattamento. Per questo gli esperti ritengono fondamentale che i professionisti della salute acquisiscano una preparazione specifica attraverso percorsi di formazione dedicati alle esigenze e al trattamento dei pazienti geriatrici.

Molti enti dedicati alla salute in età avanzata hanno preparato indicazioni e linee guida. Il Regis College’s (Why Ageism in Health Care Is a Growing Concern), ad esempio, consiglia di adottare un approccio terapeutico individualizzato e centrato sulla persona, di focalizzarsi sul raggiungimento del benessere del paziente nel suo complesso (e non solo sulla cura della malattia), di educare i pazienti anziani all’importanza di adottare abitudini preventive – superando lo stereotipo che ritiene superflua la prevenzione in tarda età – e assisterli nel considerare e stabilire le loro priorità. Anche la British Geriatrics Society invita a non trascurare le esigenze basilari: “ricordate che gli anziani hanno bisogno di vedere, sentire, mangiare, bere e dormire bene anche se vengono affrontati problemi di salute più complessi. Chiedete cosa conta per loro e come possono essere aiutati”.

È anche fondamentale spiegare chiaramente cosa sta accadendo e come i pazienti possono contribuire autonomamente alla propria salute.

Infine, il fattore cooperazione: “collaborate con i colleghi, con le equipe infermieristiche e terapeutiche, con le famiglie e con l’anziano stesso per offrire le migliori possibilità di recupero e di indipendenza”.

Discriminazione digitale

Sebbene le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (AI) siano considerate molto promettenti nell’ambito dell’assistenza sanitaria agli anziani, l’efficacia della loro azione dipende in gran parte dalla validità con cui vengono programmate. Come i lavoratori umani, anche questi assistenti digitali richiedono un periodo di addestramento specifico durante il quale elaborano enormi quantità di informazioni (i famosi big data) provenienti da svariate fonti: dati genomici, immagini radiologiche, cartelle cliniche, output generati dall’uso di servizi online ecc. Ma una legge dell’informatica avverte: “garbage in, garbage out”: se alimento il mio sistema con dati di bassa qualità ottengo risposte dello stesso livello. E qui sorge il problema.

Nonostante in molti Paesi siano probabilmente il gruppo più numeroso che utilizza i servizi sanitari, gli anziani sono spesso esclusi dai set di dati utilizzati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale, a meno che non si parli esplicitamente di “gerontecnologie”. “Se l’algoritmo di una tecnologia AI viene addestrato con dati estratti da popolazioni prevalentemente giovani e poi utilizzato su pazienti anziani – avverte l’Oms – potrebbe risultare inefficace o fornire diagnosi o previsioni errate”.

A volte i dati riferiti alle fasce over della popolazione sono presenti ma non adeguatamente distinti in sottocategorie. L’età avanzata è infatti stereotipicamente considerata una fase omogenea della vita – peraltro ritenuta “minoritaria” – e i dati vengono quindi aggregati senza ulteriori distinzioni.

Ma vi è un’insidia ancora più sottile: se il sistema di assistenza sanitaria da cui vengono prelevati i dati contiene già pregiudizi che influenzano la qualità o il tipo di assistenza ricevuta dagli anziani, questi verranno riprodotti dall’AI, che si basa su dati storici. Con l’aggravante che gli algoritmi riproporranno sistematicamente le discriminazioni su una scala molto più ampia rispetto a quella che li ha addestrati. Secondo Vania de la Fuente Nunez, dell’unità Healthy ageing dell’Oms, “c’è il rischio che chi progetta e testa le nuove tecnologie per il settore sanitario rifletta atteggiamenti ageisti pervasivi nella società, soprattutto perché gli anziani sono raramente coinvolti nel processo”.

Un programma di supporto decisionale potrebbe anche risultare “intrinsecamente ageista” attribuendo meno valore alle vite degli anziani e incoraggiando l’uso delle risorse per le persone con maggiori prospettive in termini di vita rimanente, cioè i più giovani. “La codifica di stereotipi, pregiudizi o discriminazioni nelle tecnologie di AI – spiega un documento programmatico dell’Agenzia delle Nazioni unite per la salute – potrebbero compromettere la qualità dell’assistenza sanitaria per gli anziani“.

ageism in AI
Il policy brief dell’OMS Ageism in artificial intelligence for health esamina l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) in medicina e nella sanità pubblica per le persone anziane, comprese le condizioni in cui l’IA può esacerbare o introdurre nuove forme di ageism.

PERCHÉ L’AGEISM NELL’ASSISTENZA SANITARIA È UNA PREOCCUPAZIONE CRESCENTE

How health care professionals can combat the growing issues surrounding ageism in care delivery settings.

Regis College Online