Che alimentazione e stile di vita contribuiscano al benessere generale dell’organismo è cosa nota, ma è scientificamente provato che alcuni alimenti sono essenziali per un buon funzionamento cognitivo, soprattutto con il sopraggiungere della vecchiaia.

Cos’è la Mind Diet

La “Mind Diet” fa bene al cervello, e benché il suo nome riporti alla mente e alle sue capacità, è in realtà l’acronimo di Mediterranean-Dash intervention for neurodegenerative delay. Questa dieta infatti mette insieme la dieta mediterranea, notoriamente salutare, e la dieta DASH (Dietary approaches to stop hypertension) stilata ad hoc per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.

Nel 1992, al Rush University Medical Center, Illinois, una nutrizionista americana studiava la correlazione tra la dieta e la malattia di Alzheimer sviluppando insieme al suo team la Mind Diet. La dottoressa Martha Morris ha dedicato la sua vita a questa ricerca e alla messa a punto di un’alimentazione che oltre a nutrire il corpo proteggesse il cervello dal declino cognitivo.

Gli alimenti che compongono questa dieta hanno effetti positivi sul funzionamento cerebrale, tra questi la verdura a foglia verde, cereali integrali, fagioli, pesce e vino rosso. I frutti di bosco, mirtilli in primis, sono i maggiori alleati delle funzioni cognitive.

Ci sono anche dei cibi nemici della salute del cervello, i fritti, il burro e la carne rossa, alimenti che andrebbero consumati meno di una volta a settimana.

Dopo numerosi studi che hanno preso in esame soggetti sottoposti a questo tipo di dieta, è stato appurato che non presenta controindicazioni di alcun tipo, previene l’insorgenza dell’Alzheimer e delle demenze senili e riduce il rischio di problemi cardiovascolari, spesso concausa anche di declino cognitivo.

Lo studio clinico che conferma l’evidenza

A luglio del 2023 è stato pubblicato uno studio clinico randomizzato in cui sono state arruolate persone dai 65 anni in su che presentavano uno score di minimo 22 su 30 nel Montreal Cognitive Assessment ad indicare un inizio di declino cognitivo, con una storia famigliare di Alzheimer e in sovrappeso. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi, uno sottoposto alla MIND diet e l’altro sottoposto ad una semplice dieta leggermente ipocalorica.

L’endpoint primario era il cambiamento da una baseline cognitiva globale ad un dominio cognitivo specifico nell’arco di tre anni, e ciò è stato valutato sottoponendo i soggetti a 5 test di memoria episodica, 2 test di memoria semantica, 2 test di funzionalità esecutiva e 3 test di velocità percepita. Punteggi più alti riflettono un miglioramento nelle performance cognitive.

Il secondo endpoint è stato valutato attraverso risonanza magnetica misurando il volume totale del cervello (ridotto nei pazienti con demenza), il volume dell’ippocampo e il volume delle lesioni estese nella materia bianca.

Sono quindi stati valutati questi parametri su persone che avevano seguito la MIND diet e sul gruppo di controllo, evidenziando dopo 1 anno un punteggio medio aumentato di 0.205 unità in chi aveva seguito la dieta MIND e un aumento del punteggio medio di 0.170 unità in chi aveva seguito la dieta ipocalorica, una differenza non ancora significativa ma su cui basare ulteriori studi.

Per quanto riguarda i risultati ottenuti con le tecniche di imaging, alla fine del trial clinico non si è verificato un aumento significativo del volume cerebrale nei soggetti che avevano seguito la dieta MIND rispetto ai controlli. Pur rimanendo dati poco significativi, la MIND diet ha mostrato effetti positivi sulle funzionalità cognitive dei pazienti arruolati per lo studio, la cui storia famigliare era comunque di demenze senili, ma ha mostrato effetti positivi anche in soggetti a rischio cardiocircolatorio e in giovani che hanno visto migliorare le loro prestazioni cognitive.

Chi va piano, va sano e va lontano?

Così come una dieta sana ed equilibrata non può che far bene, anche camminare è un’attività nota per fare bene alla salute. Di recente però un gruppo internazionale di ricercatori ha cercato di calcolare l’effetto del movimento sulla percentuale di rischio di insorgenza di demenza senile.

78.000 persone di età compresa tra i 40 e i 79 anni sono state munite di contapassi e monitorate per ben 7 anni, controllando infine la casistica di demenza insorta nel periodo intercorso. La popolazione presa in esame era eterogenea dal punto di vista di sesso, etnia, stato socio-economico, assunzione di tabacco e alcol.

La statistica non ha smentito l’idea che camminare faccia bene, come l’alimentazione, non solo alla propria figura ma anche alle proprie funzioni cognitive:

  • Il numero minimo di passi per ridurre del 25% il rischio di demenza in 7 anni è stato calcolato di 3800 passi al giorno: tutto sommato uno sforzo che si può fare.
  • Le persone che hanno fatto 9826 al giorno hanno dimezzato il loro rischio di sviluppare demenza senile.
  • Camminare ad un ritmo sostenuto, di 112 passi al minuti per mezz’ora al giorno ha ridotto il rischio di declino cognitivo del 62%.

Come ha detto il direttore dell’istituto di neuroscienze per la salute cognitiva negli anziani in California, il dott. Scott Kaiser, “il segreto è muoversi e continuare a muoversi”.


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